Antonio Bulla

Wise Strategies

Antonio Bulla

Wise Strategies

Negli ultimi anni, soprattutto nei momenti di crisi, si è spesso sentito dire che “il turismo è il petrolio d’Italia”. Una frase suggestiva, ma profondamente fuorviante se guardiamo ai numeri. Il turismo è certamente un settore vitale per l’occupazione e per molte economie locali, ma non è quello che crea più valore per lavoratore. E questo dato, troppo spesso ignorato, dovrebbe far riflettere chi si occupa di strategia economica e industriale nel nostro Paese.

Il valore per lavoratore: la misura che conta davvero

Secondo i dati Eurostat (Structural Business Statistics, elaborazioni di Nazareno Lecis), il valore aggiunto medio per addetto, cioè la ricchezza netta prodotta da ogni lavoratore, varia enormemente tra i settori.

L’energia guida la classifica con oltre 385 mila euro per addetto, seguita dalla manifattura farmaceutica (167 mila), dalla chimica (121 mila), dall’automotive (113 mila) e dall’aerospazio (103 mila). Subito dopo troviamo elettronica, ICT e ricerca scientifica, tutti sopra la media nazionale di 63 mila euro. Il turismo, invece, si ferma a 27 mila: meno della metà della media e un quindicesimo del valore generato nel comparto energetico.

I settori che creano più valore aggiunto in Italia

L’Italia è un Paese straordinariamente ricco di competenze industriali e know-how tecnologico.

I settori che generano più valore per lavoratore sono quelli che uniscono capitale, conoscenza e innovazione. L’energia, oggi e nel prossimo decennio, rappresenta un pilastro strategico, soprattutto grazie alla transizione verso rinnovabili e reti intelligenti. La farmaceutica e le biotecnologie si confermano eccellenze globali, con un mix virtuoso di ricerca scientifica, stabilità e capacità di esportazione. La chimica e i materiali avanzati alimentano intere filiere, dall’agroalimentare all’automotive, dimostrando come l’innovazione applicata possa generare ricchezza diffusa.

L’automotive, l’aerospazio e la meccatronica mantengono l’Italia nella mappa della manifattura mondiale, mentre l’ICT cresce come leva trasversale per tutti gli altri comparti. Infine, la ricerca scientifica resta la base su cui costruire il vantaggio competitivo del futuro: un ponte tra università, impresa e sviluppo tecnologico.

Perché questi settori valgono di più

I comparti ad alto valore aggiunto si distinguono perché ogni lavoratore dispone di strumenti e infrastrutture che moltiplicano la produttività, perché le competenze sono specialistiche e difficilmente sostituibili, e perché la capacità di competere sui mercati globali genera margini elevati e nuovi investimenti. Nel turismo, invece, il valore dipende quasi interamente dal tempo umano: anche se la qualità del servizio è spesso eccellente, il modello rimane fragile, legato alla stagionalità e con scarsa leva tecnologica.

La sfida per l’Italia: integrare, non contrapporre

Il punto non è abbandonare il turismo, ma ripensarlo. Il valore nasce dall’integrazione: quando tecnologia, cultura, sostenibilità e design si fondono nell’esperienza turistica, trasformandola in un ecosistema innovativo. Un turismo intelligente, digitale e rigenerativo può generare valore più alto, attraendo competenze e capitali.

Conclusione

Il turismo è il volto accogliente dell’Italia, ma non il suo motore economico.

Se vogliamo un Paese più ricco, stabile e competitivo, dobbiamo concentrare le energie sui settori ad alta produttività: energia, farmaceutico, manifattura tecnologica, ICT e ricerca. È lì che si genera vera ricchezza per i lavoratori e per il sistema nel suo complesso. L’Italia non ha bisogno di un nuovo petrolio: ha bisogno di riconoscere e coltivare i suoi giacimenti di energia, conoscenza e creatività industriale.

Turismo: davvero il petrolio d’Italia?
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